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OIC – Digitalizzazione, Picciolini (H Group): “Futuro poco chiaro, occorre programmare correttamente”

L’Osservatorio Imprese e Consumatori torna ad occuparsi di digitalizzazione in relazione agli effetti della pandemia da Covid-19 sulla nostra economia. Per analizzare i cambiamenti e cosa sta accadendo OIC si è rivolto a Fabio Picciolini, consigliere di amministrazione di H Group, gruppo leader nel mercato della mediazione creditizia con una rete di 650 collaboratori ed oltre 50 dipendenti, che nel 2018 ha intermediato 1,2 mld di finanziamenti.

Il gruppo è attivo in ambito creditizio, assicurativo ed immobiliare e fa parte del network internazionale di ELITE (programma del London Stock Exchange Group nato in Borsa Italiana nel 2012 con la collaborazione di Confindustria).

Picciolini, Lei è un mediatore creditizio, un soggetto che mette in relazione, anche attraverso attività di consulenza, banche o intermediari finanziari previsti dal Titolo V del TUB con la potenziale clientela per la concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma.

Molte cose sono cambiate, sia dal lato consumeristico che dal lato imprenditoriale. Dall’alto della sua esperienza può farci un quadro della situazione? Quali cambiamenti le appaiono più evidenti?

Una riflessione sulla situazione e sui cambiamenti dal lato consumeristico e da quello imprenditoriale, comporta valutare più momenti: pre-Covid, periodo del Covid e post Covid.

La fase meno chiara è quella futura: regna la paura del futuro. Le imprese hanno paura di non riaprire o di avere ricavi insufficienti per sopravvivere, le famiglie consumatrici hanno ugualmente paura ma con situazioni anche in questo caso diverse: chi non ha subito contraccolpi dalla pandemia come i dipendenti pubblici, i pensionatici e i lavoratori privati che hanno dovuto lavorare in settori rimasti sostanzialmente aperti (alimentazione, farmaceutica, una parte della distribuzione e dei trasporti, ecc.) e chi invece, oltre agli aspetti sanitari, ha avuto gravi conseguenze economiche.

I primi, secondo le statistiche, sono usciti dalla fase più acuta della pandemia, anche accantonando risparmi e comunque, se non colpiti, direttamente o indirettamente dal virus, in maniera sostanzialmente neutra, salvo l’obbligo del lockdown.

I secondi, invece, hanno subito e stanno subendo, contraccolpi molto forti: la mancanza del lavoro, l’incertezza di lavorare in futuro, il percepimento della Cassa integrazione in ritardo, per molti la mancanza totale di sostegni economici.

In una situazione come questa i rappresentanti dei consumatori possono solo cercare, come hanno fatto, di trovare delle soluzioni pur se temporanee (ad esempio, il rinvio delle rate dei prestiti, dei pagamenti fiscali e quanto altro) insieme alla denuncia di comportamenti scorretti e di un forte controllo sul rispetto delle regole.

Per le imprese, particolarmente per le micro, piccole e medie, al citato rischio di non poter riaprire o di farlo in condizioni molto difficili, si aggiunge la necessità di avere liquidità immediata per dar corso alle commesse passate, l’esigenza di ricercarne delle nuove per non dover chiudere in un futuro più o meno lontano, l’urgenza di ripartire per non rimanere indietro rispetto alle imprese degli altri Paesi e, infine, ma fondamentale, la preoccupazione per i propri dipendenti sia in termini di sicurezza sul lavoro che in termini economici.

I cambiamenti per il futuro, quindi, sono solo auspici o appena accennati. Fermandoci al solo aspetto finanziario dobbiamo attendere che i provvedimenti nazionali (prima) e quelli europei (dopo) siano programmati bene e “messi a terra”. Solo dopo si potrà fare una valutazione precisa sul futuro del Paese.

Una domanda sul mercato immobiliare. Fino a prima della pandemia si parlava di momento favorevole per gli acquirenti. È ancora così o teme che gli effetti di questa crisi economica annunciata possano cambiare le carte in tavola?

No. Non mi aspetto cambiamenti o meglio non mi aspetto cambiamenti in senso migliorativo.

Con un situazione pregressa dove si poteva vedere solo un lieve miglioramento dei valori immobiliari comunque negativi, con milioni di persone in cassa integrazione, con le imposte e tasse, almeno parzialmente da pagare, con l’assunzione di nuovi prestiti per “tirare avanti”, sperare in una ripresa del mercato immobiliare in tempi brevi è una scommessa molto azzardata. Certo non tutte le aree del paese sono uguali, grandi e piccole città, centro o periferia, hanno valori diversi e proposte diverse, ma complessivamente non è il momento migliore per le vendite.

A tutto questo si aggiungono tre “generi” di mercato immobiliare su cui deve essere posta, pur in maniera diversa, molta attenzione. C’è una fascia di investitori che sta tentando di “sfruttare” il momento per acquistare “a sconto” interi immobili. E’ un aspetto che solo parzialmente riguarda le famiglie, in quanto anche i loro immobili saranno svalutati se i grandi immobili saranno venduti a prezzi ridotti.

Un aspetto che riguarda molte famiglie, secondo statistiche oltre un milione, riguarda l’asta delle abitazioni per cui il debitore non ha pagato le rate fino a vedersi prima pignorata e poi messa all’asta la propria casa. Bisogna ricordare è che il 1° settembre prossimo i tribunali riprenderanno a operare anche su questo aspetto e già si stanno attrezzando prevedendo sedute continue e tempi minori.

E’ un aspetto estremamente importante per le conseguenze connesse:

  • perdita della propria casa;
  • ricavo, molto spesso, inferiore al debito da ripagare con il debitore che resta ancora con una parte del debito da pagare.

In proposito va anche ricordato che la legge 3/2012 sul sovraindebitamento ha funzionato poco e male e l’applicazione del Codice delle crisi di impresa è stata rinviata al 2021, comprese le norme previste dalla citata legge 3/2012 che sarebbe stato giusto non rinviare.

Ultima tipologia da affrontare è quella della criminalità. Tutti gli indicatori parlano di un incremento dell’usura. Usura finalizzata da un lato ad acquisire imprese e immobili in maniera anche violenta e dall’altro di entrare sul mercato legale attraverso l’utilizzo di denaro illegale (usura e riciclaggio). Non si deve pensare che ciò riguardi solo le imprese; particolarmente in alcune aree del Paese la necessità di soldi, solo per poter sopravvivere, costringe anche le famiglie a ricorrere anche all’usura. La conclusione non è solo la perdita della casa, di per sé gravissima, ma di restare vittima, se stessi e il proprio nucleo familiare, per molto tempo, di quelle bande criminali.

Divagando un attimo, ma non molto, è sempre necessario ricordare che l’usuraio non è mai un nostro amico ma è sempre e solamente il peggior nemico sia per le imprese che le famiglie.

Lato banche: cosa sta accadendo? Quali effetti potrebbe avere la crisi sull’economia del nostro Paese?

A prescindere dalla pandemia, il sistema bancario sta vivendo da anni uno tsunami che non si sa quando finirà.

Brevemente, con tante omissioni,  potremmo risalire ai primi anni 2000 con i crack di Paesi e di imprese che avevano collocato titoli certamente “non adeguati” ai piccoli risparmiatori, la crisi economica dei sub-prime del 2007/2008, l’ulteriore crisi 2011/2012, la risoluzione di alcune banche, la liquidazione di altre, la pubblicizzazione di altre ancora, le sofferenze e gli NPL, la riduzione di personale e agenzie, le nuove tecnologie, l’ingresso di start e Fintech che hanno eroso una parte non indifferente dell’operatività delle banche in particolare nel sistema dei pagamenti, l’ingresso in corso dei GAFA (Google, Amazon, Face Book, Apple) e di altri Over the top, come Alibaba, le nuove norme europee hanno avuto una incidenza molto forte sull’attività bancaria.

Con questo si vuole difendere il sistema bancario? No. Tanti sono stati gli errori. In ordine sparso: considerare la clientela come veniva chiamata una volta “parco buoi”, i ritardi nell’ammodernamento digitale, non aver compreso l’importanza delle Fintech e degli Over the top, i finanziamenti concessi, non sempre, sulla meritevolezza e sulla capacità di rimborso del debitore come dimostrano le situazioni di alcuni gruppi industriali che hanno portato le sofferenze fino ad oltre 300 miliardi, la desertificazione di centri decisionali in alcune aree del Paese a partire dal Sud, dove tranne alcune banche cooperative e poche casse di risparmio, non c’è più un grande istituto bancario e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.

Sono tutti fatti non opinioni, ma è di scarsa rilevanza insistere solo su questi piccoli e grandi errori: è necessario trasformarli in opportunità e qualcosa si sta già facendo.

Si deve procedere all’abbattimento di alcuni costi che non sono più giustificati, sviluppo dell’attività on line,  sulla digitalizzazione si sta investendo anche se non con la velocità e con i fondi necessari: l’alleanza tra banche e Fintech per offrire servizi e prodotti migliori e innovativi è stata attuata solo da alcuni gruppi bancari. Un grande gruppo bancario al sud, iniziativa pensata ma di fatto già accantonata, deve essere previsto, particolarmente ora che i fondi per recuperare l’economia nel post Covid, saranno indirizzati più che in passato al sud. Pensare a nuove tipologie di finanziamento, peraltro già in essere in altri Paesi, con soluzioni a regime per periodo di difficoltà del cliente senza dover sempre attendere che accada qualcosa di irreparabile (terremoti, alluvioni, pandemie, ecc.), con costi più sostenibili considerato il basso costo di approvvigionamento del sistema bancario.

Tutto quanto detto non è sufficiente ma sarebbe un grande passo avanti particolarmente se unito a una reale azione di educazione finanziaria che si affianchi a quella, meritevole, in corso.

A tutto questo si aggiunge il problema delle regole e delle norme europee e nazionali. L’Italia è considerata tra i paesi formalmente più severa nel rispetto delle discipline del settore finanziario. Probabilmente è vero, ma è necessaria che ci sia un’armonizzazione tra tutti i paesi unionali: un semplice esempio, che incide anche sul finanziario, è la fiscalità, totalmente diversa tra i Paesi sia dell’unione europea sia della più ristretta area euro.

Tutto questo che impatto avrà sul consumatore che vive una situazione delicata e che quindi avrà bisogno di accedere a finanziamenti economici?

Il consumatore italiano, secondo le statistiche, presenta una situazione bancaria/finanziaria buona: è un buon risparmiatore (oltre quattromila miliardi di ricchezza finanziaria) e ha una situazione debitoria sostenibile a differenza di molti altri paesi del nord Europa. In una situazione come quella post-Covid però avrà bisogno di liquidità: chi per subire perdite sui propri investimenti, chi per poter almeno sopravvivere in un momento così difficile.

Finanziamenti che sono ancora abbastanza onerosi, non tanto come tasso di interesse, ma per i vari ammennicoli connessi: istruttoria, commissioni, spese e altri oneri, assicurazioni, apertura conto corrente, ecc.). Costi non tutti obbligatori anche se spesso il consumatore li accetta a “scatola chiusa”.

In questi casi è necessario che la banca sia corretta nelle proposte che avanza, che il consumatore sia informato e capace di decidere consapevolmente che le Autorità, non solo quelle di settore, controllino attentamente i comportamenti: negli ultimi mesi l’Antitrust ha svolto un ottimo lavoro.

Tornando ai finanziamenti e al consumatore (ma anche all’impresa) che vuole decidere consapevolmente quale accendere è necessario sia chiaro che non c’è più solo lo sportello bancario/finanziario e non c’è solo un prodotto: il prestito/mutuo.

Basta pensare alle varie tipologie di finanziamento ai più oscure, dal leasing abitativo, alle piattaforme digitali o le altre nuove formule offerte alle imprese.

Se quanto affermato è corretto, per le associazioni dei consumatori ci sarà molto lavoro da compiere a tutela dei propri rappresentati rispetto al sistema bancario, assicurativo e ai nuovi operatori.

Per farlo, però, servirà più professionalità del passato: conoscere tutte le opportunità presenti sul mercato non è semplice e il confronto avviene con specialisti del settore. Per questo sarebbe utile anche un ripensamento sulla struttura delle associazioni. Oggi ne abbiamo molte; nazionali riconosciute, nazionali non riconosciute, regionali, comunali, generaliste e di settore, sindacali, indipendenti, di derivazione ambientalista, di avvocati; a queste si aggiungono le molte associazioni specifiche: per tutte quelle sui truffati dalle banche.

Non si può chiedere al sistema finanziario, come ad altri sistemi, di cambiare, di aggiornarsi, di avere buoni dirigenti, se le associazioni non seguono la stessa strada. C’è stato un periodo in cui le associazioni dei consumatori sono state un reale interlocutore per il sistema bancario ed anche per la politica: quella stagione è passata.

Le associazioni devono essere in grado di recuperarla per essere quella tutela dei cittadini che deve essere il loro unico “marchio di fabbrica”.

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