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OIC – Pagamenti Digitali, Pimpinella (A.P.S.P.): “Superato un punto di non ritorno. La società del futuro deve essere più smart”

Prosegue il viaggio dell’Osservatorio Imprese e Consumatori nel mondo dei Pagamenti Digitali. A raccontare ad OIC questa realtà è  Maurizio Pimpinella, Presidente dell’Associazione Prestatori di servizi di Pagamento (precedentemente conosciuta come Associazione Italiana Istituti di Pagamento e di Moneta Elettronica).

A.P.S.P. non ha scopi di lucro e ha carattere volontario, il suo scopo è diffondere e favorire lo sviluppo, l’informazione e la conoscenza degli istituti di pagamento e quindi dei servizi di pagamento e promuovere attività di carattere culturale connessa.

E’ la prima nata e la più grande Associazione europea del settore, membro fondatore dell’Associazione Europea dei pagamenti Payments Europe e aderente a Confindustria Digitale.

A pochi anni dalla nascita è riuscita ad annoverare quasi tutti gli operatori di settore, dagli Istituti di pagamento agli Istituti di moneta elettronica e annovera banche, challanger’s banks, operatori fintech e imprese attive nell’ambito delle utility, dell’innovazione tecnologica, della grande distribuzione, del commercio elettronico, del turismo, della mobilità, della pubblica amministrazione, associazioni di categoria partner, università e studi professionali e si avvale anche della collaborazione di oltre 150 esperti di normativa, antiriciclaggio e compliance.

In questo momento storico particolare, legato all’emergenza sanitaria che il nostro paese sta attraversando, complice anche il lockdown ci siamo catapultati velocemente, per quanto riguarda i pagamenti, in una dimensione digitale molto profonda.

Presidente Pimpinella, come giudica questa transizione accelerata verso il digitale?

Forse, oggi, non abbiamo ancora piena consapevolezza della portata degli avvenimenti che ci stanno coinvolgendo. Ma tra qualche anno ci renderemo probabilmente conto di quanto i giorni che stiamo vivendo abbiano profondamente cambiato le nostre abitudini. La pandemia e il lockdown, in due mesi, stanno contribuendo a creare uno scenario che era impensabile prima, costringendoci ad una full immersion di competenze. In questo breve periodo, abbiamo assistito ad una evoluzione che normalmente avrebbe richiesto anni.

Ci troviamo come all’interno di un elastico, in questo momento ci stiamo tendendo e ciò che mi auguro è che presto potremmo essere lanciati e proiettati con la forza della trasformazione digitale verso un nuovo futuro più smart, dinamico, interconnesso ma, ancora, profondamente umano. Questa fase, quindi, ora contingente, ma che va radicandosi, potrebbe essere la spinta necessaria per la digitalizzazione di nuovi strati della popolazione italiana, tendenzialmente riottosa a questo genere di cambiamenti.

In questo periodo, uno degli aspetti più evidenti è stata la crescita fortissima del commercio elettronico. Ad, esempio, secondo le stime effettuate da Salesforce relative al primo trimestre del 2020, il commercio elettronico è cresciuto a tal punto che il numero degli acquirenti online è aumentato del 40%, superando di fatto anche le performance relative allo scorso periodo natalizio. Nonostante questo, non dobbiamo dimenticarci che l’Italia – secondo Eurostat – ricopre ancora il 25° posto su 27 paesi per quanto riguarda il ricorso al commercio elettronico nel 2019. Il nostro compito, quindi, è quello di non dimenticare che accanto ai tanti che hanno affinato o imparato ad avere dimestichezza con gli strumenti digitali vi sono ancora tantissimi che rischiano di essere ancora più isolati da questo mondo per una totale (o quasi) assenza di competenze digitali. Due mesi di quarantena, infatti, ad alcuni potrebbero sembrare una semplice parentesi e la voglia di “normalità”, come mostrano questi primi giorni di Fase2 è fin troppo evidente, tuttavia, c’è da augurarsi che alcune delle buone pratiche sviluppate in queste settimane vengano mantenute anche in futuro: come una maggiore predisposizione alla tecnologia, un più diffuso e articolato utilizzo dello smart working e l’incremento dei pagamenti elettronici come strumento abilitante della vita quotidiana.

Si aspettava questi passi in avanti?

Racconto un piccolo aneddoto che può aiutare a rispondere. A fine 2019, in A.P.S.P., sull’onda dell’approvazione della legge di bilancio, del collegato decreto fiscale e di un dibattito pubblico generale che sembrava finalmente aver riconosciuto la centralità dei pagamenti elettronici, avevamo fatto tra noi una sorta di scommessa – approfondita anche in vari articoli ed interviste a cavallo del nuovo anno – secondo la quale il 2020 sarebbe stato l’anno dei pagamenti elettronici.

Ovviamente, lo scenario che si prospettava alla fine del dicembre scorso non includeva l’incidenza che una pandemia avrebbe potuto avere sulle nostre vite, stravolgendole completamente e portando digitale e pagamenti elettronici ancora più al centro. A riguardo, al momento, va anche tenuto conto del fatto che – come ci dice l’Istat riguardo al mese di marzo – il boom avuto, ad esempio, dal commercio elettronico non è stato capace di compensare le perdite avute sul canale fisico che si attestano intorno al -20%.

Tuttavia, e nonostante queste evidenze che denotano in parte l’ovvia conseguenza del lockdown e di una maggiore incertezza economica per le famiglie, in base ai dati e alle tendenze di cui disponiamo attualmente, possiamo confermare l’ipotesi secondo la quale il 2020 sarà l’anno dei pagamenti elettronici.

L’avvento della pandemia ha, quindi, favorito l’utilizzo dei pagamenti elettronici anche in virtù del fatto che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilasciato un documento che metteva in guardia i consumatori sul pericolo di contagio che monete e banconote potrebbero comportare. A questo proposito, inoltre, è stata recentemente avviata una petizione su Change.org per, firmata da numerose e autorevoli personalità, per “fermare l’uso del contante”.

Ai cambiamenti imposti da pandemia e lockdown, poi, non si sono adeguati – facendone spesso virtù – i consumatori ma anche gli stessi operatori di settore hanno cambiato i modelli di business e avviato partnership strategiche per tenere il passo degli eventi. Ad esempio, Nexi ha introdotto in Italia con FIPE il ristobond, per sostenere le imprese della ristorazione, e la stessa FIPE a fine aprile ha rilasciato un memorandum col quale richiede ai propri aderenti di incentivare l’uso dei pagamenti elettronici. Sulla scia delle nuove necessità, Telepass, invece, ha avviato la campagna clean & green per favorire la mobilità sostenibile, la sanificazione dei mezzi e rendendo disponibile, attraverso Telepass Pay, il servizio di prenotazione e ritiro di un pasto presso apposite aree delle aree di servizio autostradali utilizzando pochi clic e un qr code apposito.  Mentre, ad esempio, Edenred ha creato una nuova app per la lettura rapida dei buoni pasti attraverso lo smartphone.

In definitiva, a seguito di queste premesse, la vera prova del nove ci sarà a partire dalla fase due. In questo frangente vedremo non solo se certe tendenze saranno mantenute ma se riusciranno a diventare sistemiche e ciò, ovviamente, riguarda sia la trasformazione digitale nel suo insieme sia i pagamenti elettronici che ne sono appieno parte integrante.

Anzi, vorrei fare con Lei e con i lettori un’altra piccola scommessa rilanciando la previsione sul 2020 verso il 2021, affermando che questo potrebbe essere almeno l’anno del pareggio (in Italia) dei pagamenti elettronici rispetto all’utilizzo del contante.

Tuttavia, a questo proposito, ritengo singolare che sia passato sostanzialmente in sordina il fatto che nel recente Dl rilancio sia stata inserita una norma che cancella il fondo di 3 miliardi di euro, istituito dalla legge di bilancio 2020, e destinato a incentivare l’utilizzo dei pagamenti elettronici sottoforma di rimborsi pro capite per i consumatori che prediligono l’utilizzo di strumenti di pagamento diversi dal contante.

Anche se tali risorse vengono indicate a copertura di importanti misure in un momento come questo come il tax credit per le vacanze, l’istituzione di un fondo per il turismo, l’istituzione di un fondo per la digitalizzazione, investimenti nella ricerca e diverse altre, probabilmente, sarebbe stata necessaria una maggiore concertazione nel dirottare risorse già destinate ad un preciso scopo, anche per non creare una sorta di crepa nella certezza del diritto e dei diritti per imprese e cittadini, visto che parliamo della modifica ad una legge programmatica dello Stato avvenuta pochi mesi fa.

Presidente, analizzando l’accaduto Le chiedo se ha notato delle criticità. Ci sono degli aspetti sui quali intervenire per la tutela dei consumatori?

Riformulo solo per un momento la domanda: cosa possono fare i consumatori per tutelare se stessi? In questo caso la risposta sarebbe tantissimo. In effetti, nel periodo di lockdown, col più frequente ricorso a siti, piattaforme di e-commerce e strumenti digitali, diversi consumatori sono andati incontro ad alcuni problemi dovuti soprattutto alla scarsa dimestichezza che hanno con tali strumenti.

Il coronavirus, quindi, ha messo in chiaro in via definitiva (qualora ci fosse bisogno di ulteriore conferma) il ritardo in ambito di competenze di cui soffrono gli italiani.

Secondo l’ultimo rapporto di We Are Social (2020), infatti, l’Italia risulta essere un Paese maturo e connesso per quanto riguarda l’uso di internet e dei social. Gli utilizzatori di internet sono pari all’82% della popolazione, percentuale che scende al 58% se si considerano gli utilizzatori dei canali social. Inoltre, gli utenti – di età compresa tra i 16 e i 64 anni – passano in media 6 ore al giorno connessi al web, considerando tutte le attività e tutti i device. Dal Rapporto DESI 2019, invece, si evince che “il livello delle competenze digitali di base e avanzate degli italiani è al di sotto della media UE. Il rapporto OCSE, Skills Outlook 2019 – Thriving in a digital world, evidenzia un quadro se possibile ancora più preoccupante che posiziona l’Italia nel gruppo con il ritardo digitale più consistente, insieme a Cile, Grecia, Lituania, Slovacchia e Turchia, Paesi che vengono definiti come impreparati ad affrontare le sfide della digitalizzazione.

Dalle dimensioni del digital gap, a livello nazionale, internazionale, di sesso e generazionale dipende anche la consapevolezza, la fiducia e la diffusione (più o meno ampia) degli strumenti di pagamento e gestione dei soldi in forma digitale e la capacità di utilizzarli in maniera corretta, riducendo al minimo i pericoli legati ad un utilizzo frivolo.

Alla luce di questi dati, e venendo alla risposta alla Sua domanda, gli aspetti sui quali intervenire rimangono, oggi più che mai, quelli relativi alla formazione. L’educazione digitale e finanziaria è una materia (e una pratica) in evoluzione che segue i tempi della tecnologia e delle novità del mercato. Il nostro compito è quindi quello di ridurre il più possibile la distanza tra persone e strumenti nell’ambito delle competenze, fornendo loro i mezzi pratici per godere appieno della trasformazione digitale.

Spostiamoci ora dal lato degli operatori del settore, come intervenire per la loro tutela?

Una recente analisi di Mediobanca ha rilevato che, nel primo trimestre del 2020, i pagamenti elettronici hanno registrato per gli operatori del settore un incremento del 4,7% nelle entrate ma anche subito un calo dei profitti del 17% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa.

I pagamenti elettronici continuano ad essere utilizzati ed anzi (vuoi per la situazione di emergenza, vuoi per le agevolazioni fiscali previste dal decreto fiscale, vuoi per un’altra serie di situazioni favorevoli) crescono anche rapidamente.

Tuttavia, l’emergenza ha anche portato con sé (e nel prossimo futuro sarà molto più evidente), come già detto, un calo dei consumi.

Sulla base di queste considerazioni, veniamo a come è possibile pensare ad alcune strategie per sostenere un comparto che, altrimenti, rischierebbe di entrare in una fase di lunga e profonda sofferenza.

La soluzione per tornare il prima possibile a crescere (e questo vale non solo per il settore dei pagamenti elettronici ma in generale) è incentivare il consumo, da una parte, e garantire flessibilità fiscale e agevole per l’accesso al credito dall’altra.

Dal canto suo, la pandemia, in realtà, ha già agevolato i nostri operatori mostrando l’efficacia dei pagamenti elettronici e accelerandone il loro utilizzo.

Per garantire alla categoria una crescita sostenibile e costante nel tempo sarebbe necessario ottenere dalle autorità garanti e di vigilanza maggiore flessibilità negli adempimenti con proroghe ad hoc oppure consentendo forme di auto- responsabilizzazione quali per esempio l’autocertificazione riguardante la conformità a determinati obblighi previsti di anno in anno.

A tale proposito, come A.P.S.P. abbiamo inviato direttamente al Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco la richiesta di concedere un’ulteriore proroga all’obbligo di effettuare l’autovalutazione del rischio di riciclaggio per Istituti di Pagamento ed Istituti di Moneta Elettronica che per il primo anno sono tenuti a questo delicato adempimento e che, in virtù della difficoltà operativa causata dal Covid, non possono svolgere correttamente.

Cosa si aspetta per il prossimo futuro? Quali, a Suo parere, le prospettive?

Nel prossimo futuro mi aspetto che il digitale accresca la sua importanza per la nostra società, allargandosi ad altri ambiti e divenendo familiare a molte più persone. In futuro, non potremo ignorare quello che sta succedendo in questi mesi. Il segno rimarrà indelebilmente su ognuno di noi in varie maniere.

In questa fase, è come se avessimo superato una sorta di punto di non ritorno. Se, infatti, a volte, non saranno i consumatori a continuare su questo percorso, sicuramente, le aziende non possono tornare indietro più di tanto rispetto ai passi in avanti fatti. Ma, sinceramente, dubito che la grande maggioranza dei cittadini possa scegliere di perdere le abitudini digitali ora che le ha acquisite.

A testimonianza di quanto sto dicendo, proprio in questi giorni, Nielsen ha diramato i risultati di un suo studio che vanno esattamente in questa direzione. Secondo i dati raccolti da loro, infatti, il lockdown ha fatto sostanzialmente bene alla “digitalizzazione degli italiani”. Sono aumentati, infatti, gli acquisti on-line, ci sono stati picchi nell’uso della tv in streaming ed è aumentato l’uso di canali di comunicazione social. Inoltre, non dimentichiamoci – anche in assenza di dati precisi a questo proposito – che i pagamenti elettronici dovrebbero aver vissuto una vera e propria primavera in questo periodo.

Ora, come già detto, le questioni sono essenzialmente due.

La prima è che, in alcuni casi, il digital gap è andato allargandosi tra chi è riuscito a sfruttare il momento e chi no, pur allargandosi la base dei “digitalizzati”. Dobbiamo, quindi, provvedere a ridurre questo gap che inevitabilmente produce effetti di esclusione sociale.

La seconda questione è relativa al fatto che bisogna verificare il consolidamento delle nuove abitudini nella popolazione e in quale percentuale. Anche in questo caso, un’azione di sostegno mirato attraverso forme di educazione digitale sono più che opportune.

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