Economia e Finanza

Grecia, cosa rischia l’Italia con la vittoria di Tsipras

Il governo di Alexis Tsipras, leader di Syriza, è nato e promette la fine dell’austerity. Il risultato delle elezioni in Grecia è l’evidente segnale del malcontento dei cittadini rispetto alle misure imposte dall’Europa al Paese ellenico. Dall’inizio della crisi a oggi, i salari sono diminuiti, le tsiprastasse aumentate, la spesa sociale è stata ridotta. In cinque anni l’economia ellenica ha perso il 25% del Pil, la disoccupazione è schizzata alle stelle, le imprese non resistono e chiudono, è cresciuto esponenzialmente l’ammontare di NPL (non performing loans, prestiti non performanti), le banche greche hanno subito una pesante emorragia di risparmi e depositi.
La crisi, si legge nel dossier della Caritas “Gioventù ferita”, ha generato in Grecia gli stessi danni di una guerra, abbattendosi soprattutto su bambini e ragazzi. La fotografia scattata è impietosa e non mancano i rimproveri nei confronti della stessa Unione europea: “I nuovi dati provenienti dalla rete dei centri di ascolto e di aiuto delle Caritas locali confermano che le politiche internazionali ed europee adottate in Grecia sono sostanzialmente fallimentari. Le fasce socialmente più deboli e la gioventù in particolare sono le vittime principali: ferite, deluse, arrabbiate, che però non hanno perso la speranza”. Il rapporto sottolinea come anche coloro in possesso di un lavoro full time non dispongono di un reddito sufficiente per vivere e indica come l’alto tasso di disoccupazione metta in evidenza solo parzialmente la reale portata del problema.
Quello che sembra preannunciarsi è quindi un lungo braccio di ferro tra la Grecia e la Troika (composta da Ue, Bce e Fmi) che ha imposto al Paese misure lacrime e sangue che non sembrano, a distanza di anni, aver prodotto i risultati sperati. Nel discorso successivo alla vittoria Tsipras ha dichiarato che “la Troika è una cosa del passato” e uno dei timori è che questa posizione anti-austerity possa contagiare altri Paesi come l’Italia, ma anche la Francia. Al centro delle trattative con l’Europa potrebbe, inoltre, esserci il taglio del debito. Un tema che non sembra trovare molti consensi a livello europeo. La Grecia conta appena per il 2% del Pil dell’Eurozona e rappresenta solo il 3% del debito complessivo dell’area, tuttavia le ripercussioni potrebbero non essere così limitate come si potrebbe immaginare. L’Europa è, infatti, esposta verso Atene per circa 195 miliardi di euro e un ipotetico haircut (il taglio del valore nominale dei titoli di Stato), non può che essere osteggiata. Stando ai calcoli fatti da Bloomberg, l’Italia ha crediti verso la Grecia per circa 40 miliardi di euro, calcolando i prestiti bilaterali e le quote di partecipazione nel Fondo salva Stati (Esm), nella Bce e nell’Fmi. Più esposte di noi la Germania (60 miliardi) e Francia (46 miliardi). Dopo di noi ci sono la Spagna (circa 26 miliardi) e l’Olanda (circa 12 miliardi). Secondo i dati forniti dal ministero delle Finanze di Atene la Grecia ha complessivamente 322 miliardi di euro di debiti. Il 17% dei debiti di Atene sono in mano a privati, il 62% ai governi dell’Eurozona, il 10% al Fondo monetario internazionale, l’8% alla Bce, il 3% alla Banca centrale greca.
A dare la sua opinione sulla situazione della Grecia anche il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi. In risposta a draghiuna interrogazione di un eurodeputato di Syriza, Kostas Chrysogonus, il numero uno dell’istituto di Francoforte ha sottolineato come, nonostante alcuni aumenti messi in atto negli ultimi anni, la pressione fiscale in Grecia sia rimasta ancora “ben inferiore sia alla media dell’area euro, sia di quella di tutta l’Unione europea a 28“. Il presidente della Bce ha, inoltre, sottolineato la “diffusa evasione” nel Paese, sottolineando che il programma concordato con la Troika, include diverse riforme da mettere in pratica per migliorare l’efficienza del fisco.

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One Comment

  1. Le politiche monetarie della Germania influiscono negativamente sopratutto sugli altri Paesi europei.
    Non vedo più alcuna ragione per restare sottoposti alle decisioni di Berlino che ,la storia insegna, non ha mai vinto una guerra combattuta o economica.
    I crucchi erano e sono rimasti dei crucchi.

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