Consumatori / Gusto & Salute

Meno piume e più coerenza

di Dott.ssa Moira Dello Iacono – Biologa nutrizionista

Se ci scandalizziamo venendo a conoscenza di cosa ci sia realmente dietro ciò che indossiamo, cosa succederebbe se tutti noi comprendessimo cosa ci sia invece dietro e dentro ciò che mangiamo?

Di recente social e media sono stati prepotentemente invasi da una polemica a seguito di una inchiesta della nota trasmissione televisiva Report, che ha diffuso un filmato sui maltrattamenti a danno delle oche per la produzione di piume destinate ai piumini Moncler.
L’opinione pubblica è stata palesemente scossa dalla crudeltà delle immagini e i più non si sono risparmiati indignazione per il modus operandi dell’azienda. Tralasciando gli aspetti più etici e più tecnici della questione, la domanda che vorrei porre è: “Se ci scandalizziamo venendo a conoscenza di cosa ci sia realmente dietro ciò che indossiamo, cosa succederebbe se tutti noi comprendessimo cosa ci sia invece dietro e dentro ciò che mangiamo?
Troppo spesso siamo costretti da meccanismi di manipolazione e disinformazione a restare imprigionati nella rete del mercato, come l’uomo della caverna del mito di Platone, le catene ci impongono di tenere lo sguardo ben fisso sulle ombre, senza consentirci di guardare le cose per come sono, e di conseguenza, di scegliere sulla base della consapevolezza, reale, fedelmente ai principi della morale e non solo a quelli dell’economia.
Discutiamo di ciò che sia giusto o sbagliato, del titolo di punta su un quotidiano, di una controversia televisiva a caso, tenendo coltello e forchetta tra le mani, e i molari impegnati a triturare un pezzo di carne, come se quella carne provenisse da un animale felice di essere lì, nel nostro piatto, cadavere.
Ci risentiamo vedendo l’orrore di bestie spennate vive mentre continuiamo a bere cappuccino, con la schiuma che resta tra i baffi, ignari della sofferenza che si nasconde dentro a quella tazza, ignorando che le mucche negli allevamenti siano costrette, obbligate, torturate, affinché producano latte, per noi, uomini, non di certo per i loro vitelli.
Restiamo con gli occhi sgranati e ci portiamo le mani sulle orecchie se sentiamo l’urlo, del tutto umano e per niente bestiale, di un maiale ucciso, ma non desistiamo dall’ordinare un panino mordi e fuggi al prosciutto, non curanti del fatto che sia stato affettato un essere vivente, e che è a quella atrocità che stiamo sferrando un morso, e non solo al nostro pranzo.
Siamo allibiti scoprendo che non esiste una sola azienda avicola che tratti le galline con dignità, ammesso che di dignità si possa parlare quando un animale nasce e cresce solo ed esclusivamente perché destinato a forza a morire per finire sulla nostra tavola.
Eppure compriamo uova, petto di pollo, hamburger, e li mangiamo, perché nessuno ci ha fatto vedere in un programma in prima serata il video che mostri quanto terribile e malsano sia il processo con cui una gallina diventa wurstel, e come un pulcino maschio venga triturato vivo perché non potendo produrre uova, è soltanto un inutile prodotto di scarto di una mera catena di produzione industriale.
Svezziamo i nostri bambini con latte vaccino, convinti che li faremo diventare “sani e forti”, ma ci siamo mai chiesti se e quanto sia naturale bere il latte che è destinato esclusivamente all’allattamento di un vitello, e se davvero ci faccia poi così bene come ci hanno abituati a credere?
E’ facile associare, con un minimo di sforzo, un foie gras ad un processo spietato e brutale, tanto quanto lo è boicottare un piumino dopo aver visto un documentario in cui delle oche vengono spiumate vive e lasciate con la pelle lacerata.
E’ meno facile, invece, pensare in modo razionale e coerente, che sia davvero possibile rinunciare ad una buona quantità di tormento e torture, gratuite e non necessarie, nei confronti di altri esseri viventi.
La scelta di cosa portare nei nostri piatti si riflette non solo sulla nostra personale etica e morale, ma sulla qualità della nostra vita. Se da un lato è vero che smettere di mangiare animali è un cambiamento di rotta del tutto privato e individuale, dall’altro è vero e non opinabile che tale scelta si traduce in un miglioramento generale della salute.
Non possiamo, infatti, tralasciare il fatto che la carne sia spesso, per via delle modalità di allevamento, infarcita di anabolizzanti, antibiotici, farmaci e sostanze tossiche.
Non possiamo fingere che le nostre cene e i nostri pranzi provengano dalla “fattoria dello zio Tobia” o che la nostra colazione provenga invece da una contenta e ruspante gallina come quella di Banderas nello spot.
carneuNon possiamo ignorare la cruda realtà dei fatti e non dobbiamo voltare lo sguardo altrove per paura di scoprire che quello di Moncler, che tanto ci fa indignare, sia solo uno dei tanti, e di sicuro non il più grave, superfluo crimine.
E se il cambiamento non può e non deve essere soltanto frutto di una considerazione di coscienza, proviamo a far leva sulla scienza.
Già negli anni novanta, quando la sensibilità nei confronti del tema era ancora ad una soglia molto bassa, un rapporto del Surgeon General degli stati Uniti dimostrava che “più di un milione e mezzo dei due milioni di decessi annui potevano essere messi in relazione al consumo di grassi saturi e colesterolo presenti nei prodotti di origine animale”.
Le linee guida alimentari suggerite da tutti gli specialisti del settore, volte a promuovere uno stile di vita salubre e preventivo, suggeriscono da tempo di limitare il consumo ed evitare del tutto l’abuso di carne, uova, latte e derivati.
“Nel mese di agosto del 2009 la rivista American Journal of Clinical Nutrition ha pubblicato alcune conclusioni del progetto EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), un grande studio epidemiologico a cui ha contribuito anche AIRC. È la più vasta indagine svolta su una popolazione, per conoscere le relazioni tra dieta e salute. Coordinato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), appartenente all’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità), lo studio ha coinvolto 520.000 persone provenienti da 10 Paesi europei (Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito).” (fonteAIRC) E’ stata dimostrata con questo studio, la correlazione tra il tumore del colon e la quantità di prodotti di origine animale presenti nella dieta. L’incidenza non solo del cancro, ma anche di altre malattie croniche non può essere dissociata dall’alimentazione, anche se è davvero una valutazione complessa giacché va considerata non solo la dieta, ma anche e soprattutto i fattori ambientali e genetici, lo stile di vita e le abitudini che si sviluppano in un lungo periodo di tempo.
E’ stato altrettanto dimostrato che privarsi di alimenti di origine animale a favore di una dieta veg purché equilibrata e varia, non solo è possibile e fattibile, ma anche auspicabile.
carneI vegetali difatti possono soddisfare il nostro fabbisogno di amminoacidi essenziali e non, di proteine e di micro e macro nutrienti.
Cereali, legumi, frutta, semi, verdure, ortaggi, possono sostituire in modo nobile e salutare un piatto che includa anche sangue e sofferenza, abbassando da un lato l’incidenza di patologie come tumori, ipertensione, diabete, ictus, alterosclerosi e osteoporosi, dall’altro abbattendo la filiera degli allevamenti industriali.
Da non sottovalutare poi, è la sostenibilità di una scelta che propende verso la preservazione della natura: entro il 2020 aumenterà del 50% la domanda di cereali complessiva, del 39% la domanda di cereali per l’alimentazione umana, dell’85% quella per l’allevamento, e del 92% la domanda di carne. Ciò corrisponderà a un incremento di circa l’86% della domanda globale di cereali e carne (Norman Myers e Jennifer Kent).
Un tema portato all’attenzione anche dall’Expo 2015, quello del nutrimento del pianeta, che non solo dovrebbe farci riconsiderare le nostre priorità, ma dovrebbe indurci a virare le nostre scelte quotidiane verso direzioni alternative e diverse.
Rifkin pone alla nostra attenzione che “800 milioni di persone soffrono la fame perché gran parte del terreno coltivabile del pianeta viene dedicato a farvi nascere foraggio e cibo per gli animali da carne.”
Se ci adiriamo perché ci hanno fatto vedere che il piumino di tendenza ha un prezzo alto in termini di atrocità e non solo di cartellino, non possiamo sentirci liberi di mangiare ciò che vogliamo e quanto ne vogliamo, né arrogarci il diritto di considerare gli animali solo come il prodotto risultante da una produzione a catena. Ognuno è libero di scegliere se restare cavernicolo e brancolare nel buio, o diventare pioniere, spezzare le catene e cominciare a guardare al mondo da un’altra prospettiva e affrontare tutto ciò che ne consegue.
Se siamo in diritto di scegliere, siamo anche in dovere di sapere, capire cosa ci sia aldilà degli scaffali, dei banco frigo, della pubblicità, delle notizie, della propaganda.
Voltarsi dall’altra parte, cambiare canale, equivale a scrivere uno stato su Facebook per schierarsi contro Moncler stando ben al calduccio sotto un piumone di piuma d’oca: illogico e incongruente.
Se tocca le corde più intime della nostra sensibilità una cosa così ovvia, come il fatto che ciò che indossiamo non sia cruelty free, allora dobbiamo per forza fare uno sforzo di coerenza.
Dobbiamo guardare nei nostri piatti, nei nostri bicchieri, e iniziare a pensare che sulle nostre tavole ci sono orrori al cui confronto, il video divulgato a Report, sembra poca cosa.

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